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Abbattere le statue: l’etica è figlia del tempo?

4 agosto 2020

È giusto mantenere i monumenti che ci hanno consegnato i nostri avi? Oppure è giusto abbatterli e sostituirli, quando non sono più allineati con i valori in cui crediamo? E chi deve decidere se i valori incarnati da personaggi o eventi sono diventati “negativi”

Originariamente, l’attacco alla statua di Montanelli non ha valenza antifascista, né anticolonialista. Sia nel 2019 (rosa) che nel 2020 (rossa) la vernice denunciava l’amoralità dei suoi comportamenti sessuali nei confronti di una ragazzina eritrea acquistata dal padre – anche se, nel secondo caso, il “colore” di quest’ultima diventa cruciale, visto l’innesco internazionale legato alla campagna Black Lives Matter. Tuttavia, il problema, oltre che storico (si trattò di un ratto o di un matrimonio legale, più o meno rispettoso, per i tempi, della cultura locale?), è soprattutto etico-morale. Il presente (noi) può giudicare il passato sulla base dell’etica (pubblica) di oggi, come sostengono alcuni? O bisogna conservare tutto quello che ci arriva dal passato senza farlo oggetto di giudizi, come pensano molti? Ci vuole necessariamente una rivoluzione o una rottura che giunga alla violenza (come quella che ha cambiato i nomi delle piazze nelle capitali dell’Europa orientale o quelli delle città in molti paesi africani) per togliere statue e monumenti e cambiare nomi di vie?

Per comprendere il passato bisogna contestualizzarlo, dicono da sempre gli storici, altrimenti quello che è accaduto davvero scompare e rimane solo l’uso politico o “civile” della storia. Ma “comprendere” vuol dire anche “giustificare” e “assolvere”? Se applicassimo il criterio della piena conformità ai valori che prevalgono oggi, dovremmo abolire la stragrande maggioranza delle statue e dei nomi delle vie, almeno in una città come Milano in cui la toponomastica medievale sopravvive solo in piccola parte (nomi di famiglie nobili estinte e di santi legati ad una specifica confessione religiosa, peraltro): sparirebbero praticamente tutti, eccetto pochi visionari, spesso poco rilevanti per il loro tempo. Ma vogliamo veramente una città senza statue e senza passato – se non quello che si impone oggi come buono per la forza di una minoranza decisa o di una campagna internazionale, sulla base di criteri che potrebbero essere rovesciati tra qualche anno o nella prossima generazione?

Non è preferibile mantenere le statue e i nomi di quelli che hanno “fatto” il mondo e la città in cui siamo oggi, coloro la cui eredità si è dimostrata durevole e utile, anche al di là dei loro intenti originari? Questo è il merito “collettivo” che controbilancia anche eventuali comportamenti individuali non proprio specchiati. Non per la conformità completa dei loro valori a quelli che dominano oggi, né perché crediamo che il mondo che hanno contribuito a formare non possa evolversi o essere trasformato. Ma perché ciò che hanno creato mentre erano in vita (nazioni, viali, ospedali, stili architettonici, istituzioni educative e universitarie) sottende a quello che stiamo cercando di creare oggi. Il passato vive nel presente e lo innerva, che ci piaccia o meno. Il potere di modificarlo cresce nelle epoche segnate da grandi rotture rivoluzionarie (che, non dimentichiamolo, portano con sé anche violenze, vittime e traumi) ma non è mai totale. Il riconoscimento di questo fatto deve precedere la progettazione del futuro – che resta comunque un’operazione che richiede il consenso di tutti o almeno dei più, soprattutto in democrazia. Altrimenti l’alternativa è una serie di blitz legati a occasioni contingenti o peggio ancora una deriva dittatoriale morale, per cui qualche minoranza di illuminati decide cosa è giusto e cosa no. Fino alla prossima revisione.

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