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Statue a Milano, Risorgimento soprattutto

3 agosto 2020

Se si osserva la mappa dei circa 90 monumenti esistenti in spazi pubblici milanesi emergono delle linee di fondo che rivelano, più e meglio di qualsiasi analisi storica, il dna, l’heritage della città. Inutile cercare le statue e i gruppi marmorei rinascimentali e barocchi che dominano i centri di Roma o di Firenze: la vera storia inizia nella prima metà dell’Ottocento, quando a Brera viene esposto tutto il canone dell’illuminismo milanese: Beccaria, Pietro Verri, Parini, Cagnola. Ma è nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi del Novecento che la città, dentro i Bastioni e nella prima periferia, si riempie di bronzi di personaggi celebri (non ci sono donne), raffigurati nel severo stile figurativo dell’era vittoriana che ritroviamo in tutto l’Occidente: l’élite borghese e liberale, che sta trasformando la città sul piano urbanistico (è dal 1860 che prendono forma piazza Duomo, la Galleria, via Dante, il nuovo Castello, il Monumentale, S. Vittore…) e toponomastico (i nomi di patrioti ottocenteschi che ancora oggi punteggiano il centro storico) riconosce il suo debito verso i precursori neoclassici e i “patrioti” contemporanei: anno dopo anno, dal 1860 al 1924 si aggiungono ben 33 statue – di cui 12 nei Giardini pubblici di via Palestro scelti, insieme con il Famedio, come percorso di educazione civica per trasmettere e radicare i valori della Milano liberale. Una narrazione che si allarga e si sviluppa fino ai primi anni Venti, per lasciare poi spazio a quella fascista, più futurista ed eroica (il monumento a Francesco Baracca, del 1931) e più aperta, nello spirito delle Conciliazione mussoliniana, all’eredità cattolica (quello a S. Francesco in piazza Risorgimento, 1926).

Nel dopoguerra sembra che la città non sappia più a chi rendere tributi, oppure che abbia cambiato metodo. La classe dirigente post-fascista guida, fino alla crisi del 1992, l’espansione della città ma non è più in grado di imporre, come quella liberale, una narrazione condivisa: cessano le statue dedicate a singole persone. Tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta si celebrano le vittime della Seconda guerra mondiale (Gorla, l’Isola e i corpi d’armata (i Bersaglieri, i Carabinieri nel 1982). Negli anni Settanta, l’avvento del terrorismo e degli anni di piombo, che segna (e spacca) profondamente la città, complica e divide tutto. Gli eventi principali restano terreno di scontro e al massimo di targhe (qualche volta addirittura opposte, come per il caso Pinelli-Calabresi). Qualche vittima del terrorismo ottiene il suo monumento (il giudice Alessandrini) e lo stesso capita al presidente-partigiano Pertini e ad alcuni militanti di sinistra vittime delle violenze neofasciste (i monumenti “autogestiti” a Franceschi e Zibecchi e Varalli). Ma la Milano post-industriale preferisce identificarsi con eccellenze made in Italy come design e arte contemporanea. La differenza tra monumento e opera d’autore spesso sfuma, con l’autore che talvolta prevale sul soggetto (Mirò, Aldo Rossi, Cascella, Pomodoro, Cattelan).

L’unica eccezione è proprio Montanelli. La statua era stata voluta dall’amministrazione Albertini ed esprimeva la fragile base di consenso della Milano post-Tangentopoli – dall’An di governo, molto sensibile al tema della memoria storica espressa da monumenti e toponomastica, al Corriere moderato ma anti-berlusconiano, alla memoria della lotta al terrorismo. Una base spostatasi verso sinistra nella breve era Pisapia e solo parzialmente restaurata sotto l’amministrazione Sala, che ha già incontrato difficoltà nel gestire altre questioni di memoria pubblica (come la proposta di intitolare una via al discusso leader socialista Bettino Craxi e le contestazioni, di varia provenienza, sul nome di piazzale Cadorna e sugli interventi legati al Museo della Resistenza e al Monte Stella).

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