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Iconoclastia

27 agosto 2020

La storia della iconoclastia è plurimillenaria. Non si contano le statue abbattute di uomini illustri, politici o di scene simboliche a ricordo di eventi storici. Oggi è in corso una vera e propria epidemia, che sembra aver infettato un certo numero di giovani indignati, arrabbiati e intolleranti contro alcuni simboli della cultura borghese d’Occidente, accusata di nefandezze molteplici. Il fatto, poi, che anche qualche membro delle forze di polizia di alcuni paesi abbia fatto di tutto per gettare ulteriore benzina sul fuoco con comportamenti criminali, ha aggravato il contagio, estendendolo per emulazione a macchia d’olio nel mondo occidentale.

Molteplici sono le cause delle crisi iconoclaste, ma mi pare che solo tre siano le ragioni principali del fenomeno: i tabù religiosi; la vendetta dei vincitori contro i vinti; o l’indignazione delle minoranze contro le pratiche e i valori della maggioranza.

Dei tabù religiosi non val la pena di parlare, almeno per le odierne società occidentali ultra-secolarizzate, dove la religiosità sopravvive per lo più a livello personale, e di tabù sembrano essersi perse completamente le tracce. Le vendette politiche sono sempre state di carattere episodico, dipendendo dalla infrequente caduta dei regimi, o da conflitti irrisolti. L’ultima in ordine di tempo, se non sbaglio, risale a domenica 28 settembre 2014, quando alcune centinaia di manifestanti nella piazza centrale di Kharkiv, in Ucraina orientale, abbatterono una grande statua di Lenin al canto dell’inno nazionale e allo sventolare delle bandiere ucraine. Annichilire l’effige del nemico, sperando di assoggettarlo alla dannatio memoriae, è ingenuo, per lo meno in quelle forme. Al tempo stesso, però, è anche liberatorio. È una sorta di partecipazione ideale alla sconfitta del tiranno o del nemico. C’ero anch’io, insomma, e l’ho abbattuto. Se la lotta è ancora in corso, quell’atto ha un significato quasi scaramantico, per facilitare la liberazione, o assume la forma della magia nera di un rito voodoo.

L’indignazione, invece, è merce abbondante nel mondo occidentale contemporaneo, almeno da quando la presa dei valori fondanti delle maggioranze stabili si è fortemente indebolita, e si è resa manifesta “la ribellione delle élite”, di cui ha parlato Christopher Lasch, ossia il volontario allontanamento delle classi privilegiate, sempre più cosmopolite e migratorie, dalle collettività che governano. Prive di una guida equilibrata e tendenzialmente onnicomprensiva, le maggioranze si sono frammentate, lasciando così spazio alle minoranze che, insieme, costituiscono ora una rumorosa maggioranza numerica, desiderosa di affermare solo i propri diritti, spesso rovesciando qualunque tavolo di confronto democratico. Ma su quali valori e quale storia condivisa può essere ricostituita la comunità di un paese, se ogni tribù ha i propri valori e la propria storia da riaffermare contro quelle degli altri?

Il tribalismo razziale, nel quale molte società occidentali stanno decostruendosi, non può che portare alla rovina di tutti, perché, contrariamente alla sua volontà di porre fine a tutte le forme del razzismo, approfondisce il solco tra gli uni e gli altri, rendendo impossibile il reciproco dialogo. L’ostracismo decretato contro molti docenti universitari e giornalisti statunitensi, inglesi e francesi non perfettamente allineati al mainstream sta a indicare che la misura è ormai colma, e che il fondamento stesso delle democrazie liberali sta vacillando paurosamente.

Alla decostruzione e impoverimento della storia attuale bisogna, invece, contrapporre il suo possibile arricchimento con altri valori positivi sinora trascurati. Non abbiamo bisogno di meno statue e monumenti, ma molti di più, affinché ciascuno, possibilmente, possa trovare i propri simboli valoriali riconosciuti pubblicamente. Il passato è un terreno ancora ampiamente da dissodare dal punto di vista storiografico. Occorre dare un senso alle molteplici testimonianze ancora sepolte. Molte di queste esprimono valori, a lungo ignorati dalla storia che conosciamo, e che oggi, invece, molti rivendicano giustamente.

Roland Barthes scriveva nel 1966 che “non c’è da stupirsi che un paese riprenda periodicamente gli oggetti del suo passato e li descriva di nuovo per sapere cosa ne può fare: si tratta, dovrebbe trattarsi, di procedimenti regolari di valutazione”. Le molte figure femminili che hanno contribuito a fare la nostra storia comunitaria, per esempio, sono state sinora dimenticate dalla cultura contemporanea. È anche per questo che dobbiamo riprendere in mano la questione. L’elenco di queste donne “positive” è molto più lungo di quanto si possa credere. Rendere loro pubblico omaggio significa stimolare la coesione comunitaria e allontanare il pericolo del tribalismo che per lo più è solo l’anticamera di conflittualità permanente.

Dunque, non meno statue, ma molte, molte di più in tutti gli spazi pubblici, affinché tutti i membri della comunità possano trovare riconosciuti i propri valori e possano anche riconoscere la legittimità di quelli degli altri, arricchendosi personalmente e condividendo con gli altri cittadini una storia comune del nostro passato.

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